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Il Paese che taglia la lingua


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Mesi fa mi trovavo in una scuola di italiano per richiedenti asilo. Ad un certo punto mi appare davanti un ragazzo di massimo 17 anni, afgano, con cuffie incorporate. «Cosa stai ascoltando?» chiedo. Mi aspetto già la risposta. Un nome incomprensibile di un qualche cantore di Kabul o Herat. Invece il ragazzo mi sorprende. Mi dice «Gianni Morandi» poi aggiunge «ho preso il Cd in prestito in biblioteca. Così imparo bene l’italiano». Mi ha chiesto nomi di altri cantanti e si è raccomandato «pronuncia chiara». Io ho consigliato Fabrizio De Andrè, anche perché è molto narrativo. Spesso quando parlo con persone che stanno imparando la lingua italiana consiglio fumetti, film, canzoni, ma mai la Televisione. Non lo faccio perché una volta un mio parente - che vive a Manchester, ma che ha vissuto tanto tempo in Italia- mi ha detto «ma cosa succede agli italiani? Perché urlano sempre in TV? Non si capisce niente. Possibile che non hanno trovato uno bravo come Enzo Tortora?». Il parente mi ha fatto notare l’uso tremendo dei tempi verbali («ma Igiaba che fine ha fatto il congiuntivo?») e la consuetudine in Tv di usare aggettivi inutili. «Non si può avere paura della semplicità delle parole», mi ha detto, «L’italiano è già ricco. Non bisogna danneggiarlo con fronzoli inutili».

È notizia di questi giorni l’appello lanciato dall’Accademia dei Lincei e della Crusca sui giovani e la lingua italiana. I ragazzi non sanno scrivere, non leggono molto, hanno difficoltà di comprensione, vivono incollati alla Tv (che parla male) e il lessico è limitato ai bisogni primari. «Rilanciamo la scuola» dicono i linguisti. Ma è proprio la scuola (la cultura in genere) a subire i tagli più feroci da questo governo.

da l'Unità (unita.it)
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