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Home Notizie e Novità Scoppia alla Federico II di Napoli la rivolta dei ricercatori precari

Scoppia alla Federico II di Napoli la rivolta dei ricercatori precari


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Segnaliamo questo articolo, per mostrare le proteste dei ricercatori precari dell'Università che si muovono al fianco degli studenti nella lotta alla nuova riforma Gelmini.

Una nuova protesta si diffonde nell’università. E già raccoglie l’adesione del 70% dei ricercatori di Scienze matematiche, fisiche e naturali della Federico II.
«Le regole in discussione in Parlamento pregiudicano le nostre carriere e penalizzano i nostri stipendi», è la tesi che fa scattare la mobilitazione in ateneo. Dopo la stagione dell’Onda, ne comincia così un’altra all’insegna della lotta in facoltà che rischia di paralizzare parte delle attività didattiche, a partire da marzo, e le sedute di laurea, già da questo mese. I ricercatori possono farlo senza violare alcuna legge.

La protesta - Basta una sola mossa per mettere in ginocchio l’organizzazione dei corsi: «Finora abbiamo tenuto le lezioni agli studenti come i colleghi professori associati e ordinari», spiega Gianluca Imbriani, componente del consiglio d’amministrazione. «Ma noi ricercatori - aggiunge Imbriani - non abbiamo l’obbligo di svolgere questo compito, se non di supporto ai docenti. Ecco perché, per sensibilizzare tutti sui temi della riforma e per sollecitarne la revisione, ci limiteremo a svolgere le esercizioni che rientrano tra i nostri obblighi di legge».

In prima linea, nella mobilitazione ci sono i cervelloni di matematica e fisica: «In 149 su 193 hanno già firmato il documento che indica punti critici della riforma e strategie di lotta», spiega il fisico Maurizio Paolillo. Ma l’agitazione come una palla di neve presto potrebbe scatenare un effetto valanga: l’invito a discutere e a unirsi alla protesta è stato già esteso alle altre facoltà. «Siamo i primi a scendere in campo, speriamo di non essere i soli», aggiunge Imbriani, che però precisa: «La nostra non è protesta contro la facoltà. Anzi, vorremmo che il fronte si ampliasse anche con l’adesione di professori associati e ordinari che pure hanno ragione di protestare. Né noi ricercatori non siamo contrari a una legge di riforma. Chiediamo piuttosto che si riapra il confronto e che il Parlamento tenga conto delle critiche per scongiurare il rischio di ritornare a una visione gerarchica baronale, in stile anni Ottanta».

Il Consiglio - Il caso ieri è stato affrontato in Consiglio di facoltà, presieduto dal professore Roberto Pettorino, nell’edificio Centri comuni del complesso di Monte Sant’Angelo, ed è stata approvata una mozione sul tema. Con il passaggio in Consiglio, la protesta dei ricercatori è così diventata ufficiale: è il primo passo della nuova stagione di partecipazione che rischia di infiammare gli atenei napoletani e italiani.

Le norme - Nel documento sottoscritto dai 149 e presentato in consiglio di facoltà, i ricercatori esprimono «crescente apprensione e preoccupazione per le scelte che il governo annuncia di voler intraprendere in relazione alla riforma dell’Università italiana». E indicano le nuove norme dall’impatto maggiore. Primo: la scomparsa del ruolo ricercatore a tempo indeterminato, sostituito da un contratto triennale, rinnovabile una sola volta. Secondo: «L’assenza di credibili meccanismi per risolvere il problema del precariato». Terzo: «Il confinamento per gli attuali 25.500 ricercatori in una sorta di limbo da cui sarà molto difficile uscire. Infatti, alle vigenti limitazioni del turn over, si aggiunge la previsione di riservare fino all’80% dei futuri posti di professore associato ai ricercatori a tempo determinato». Ultimo punto: la revisione del trattamento economico con la trasformazione degli scatti biennali in triennali e l’eliminazione della ricostruzione di carriera.
Insomma, «le norme - scrivono i ricercatori - prefigurano un inevitabile conflitto tra le legittime aspettative di carriera e la necessità di favorire l’ingresso dei giovani ai ruoli accademici.

(da Uniriot.org)
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